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La prescrizione dei diritti del lavoratore non decorre se il contratto e a termine PDF Stampa E-mail

Cassazione Sezione Lavoro n. 11736 del 21 maggio 2007, Pres. Ciciretti, Rel. Celentano
Prescrizione quinquiennale - Contratto a termine - Inapplicabilita'

Corrado T. ha lavorato come carrellista alle dipendenze della s.p.a. De M. nel periodo dal gennaio 1974 al settembre 1992 in base ad una serie di assunzioni a tempo determinato.

Dopo la scadenza dell’ultimo contratto egli ha chiesto, nel luglio 1993, al Pretore di Salerno, di accertare la nullità dei termini apposti ai vari contratti di lavoro e l’esistenza di un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato, nonché di condannare l’azienda al pagamento di differenze di retribuzione maturate nell’arco di 18 anni di complessiva durata del rapporto; egli ha inoltre chiesto il pagamento della retribuzione relativa ai periodi di intervallo tra un contratto e l’altro nei quali era rimasto inoperoso.

L’azienda ha sostenuto la legittimità dei termini apposti ed ha eccepito la prescrizione quinquennale dei crediti del lavoratore, facendo presente di avere oltre 15 dipendenti. Sia il Tribunale di Salerno, subentrato al Pretore, che la locale Corte di Appello hanno ritenuto la nullità dei termini apposti ai vari contratti, ma hanno accolto l’eccezione di prescrizione, limitando al periodo ottobre 1998-settembre 1992 la condanna al pagamento delle differenze richieste ed escludendo il diritto del lavoratore alla retribuzione per gli intervalli tra un contratto e l’altro. Corrado T. ha proposto ricorso per cassazione, censurando la sentenza della Corte di Salerno per avere accolto l’eccezione di prescrizione e per avere negato il diritto alla retribuzione negli intervalli tra un contratto e l’altra.

La Suprema Corte ha parzialmente accolto il ricorso, affermando che la Corte di Salerno è incorsa in errore accogliendo l’eccezione di prescrizione quinquennale. La Suprema Corte ha ripetutamente chiarito che il presupposto della stabilità reale – che consente il decorso della prescrizione quinquennale dei crediti del lavoratore durante il rapporto, ai sensi dell’art. 2948, n. 4, cod. civ. – va accertato con riferimento al concreto atteggiarsi del rapporto stesso e alla configurazione che di esso danno le parti nell’attualità del suo svolgimento (dipendendo da ciò l’esistenza, o meno, di una effettiva situazione psicologica di “metus” del lavoratore) e non già alla stregua della diversa normativa garantistica che avrebbe dovuto, in astratto, regolare il rapporto ove questo fosse sorto, fin dall’inizio, con le modalità e la disciplina che il giudice riconosce applicabili (Cass. 20 giugno 1997 n. 5494; 10 aprile 2000 n. 4520; 14 ottobre 2000 n. 13722; 23 aprile 2002 n. 5934).

La carenza di una stabilità reale riconosciuta ed operativa impedisce il decorso della prescrizione durante il rapporto, a seguito delle note sentenze della Corte Costituzionale n. 63 del 1966, n.143 del 1969 e n. 174 del 197.

Una volta accertato che il rapporto di lavoro si è di fatto svolto in forma che esclude la tutela reale – ha affermato la Corte – la successiva declaratoria di sussistenza di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, con relativa tutela reale per effetto del numero dei lavoratori complessivamente occupati, non vale a far decorrere la prescrizione quinquennale delle retribuzioni prima di tale accertamento; né è consentito al giudice del merito accertare se vi sia stato o meno un “metus” del lavoratore che gli abbia impedito di azionare i suoi diritti; lo stato di soggezione del lavoratore è stato infatti preso in considerazione dalla Corte Costituzionale per pervenire dapprima alla declaratoria di parziale illegittimità costituzionale dell’art. 2948, n. 4 (sentenza n. 63/1966), e poi per ripristinare la prescrizione durante i rapporti assistiti da stabilità (sentenze n. 143/1969 e n. 174/1972), ma non può, volta per volta, essere accertato dal giudice del merito per far decorrere o meno la prescrizione durante un rapporto di lavoro di fatto svoltosi senza essere assistito da un regime di stabilità, così rendendo il disposto dell’art. 2948, n. 4 cod. civ., nel testo risultante dalle ricordate pronunce della Corte Costituzionale, una norma condizionata non alla sussistenza o meno di un regime di stabilità ma ad uno stato soggettivo del lavoratore.

La Cassazione ha invece ritenuto che la Corte di Salerno abbia correttamente escluso il diritto del lavoratore alla retribuzione per i periodi di intervallo fra un contratto e l’altro. L’orientamento della Corte, fin dalla sentenza delle Sezioni Unite n. 2334 del 1991, é costante nel ritenere che, nel caso di trasformazione in unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato di più contratti a termine succedutisi fra le stesse parti, per effetto dell’illegittimità dell’apposizione del termine, o comunque dell’elusione delle disposizioni imperative della legge 18 aprile 1962, n. 230, gli intervalli non lavorati fra l’uno e l’altro rapporto, in difetto di un obbligo del lavoratore di continuare ad effettuare la propria prestazione o di tenersi disponibile per effettuarla, non implicano il diritto alla retribuzione, in carenza di una deroga al principio generale secondo cui tale retribuzione postula la prestazione lavorativa, e nemmeno sono computabili come periodo di servizio, al fine del calcolo dell’indennità di anzianità, considerato che la suddetta riunificazione di un solo rapporto, operando “ex post”, non tocca la mancanza di un effettivo servizio negli spazi temporali fra contratti a tempo determinatoIl dipendente che abbia cessato l’esecuzione delle prestazioni alla scadenza dei termini previsti nei rapporti di lavoro poi unificati – ha affermato la Corte – può tuttavia ottenere il risarcimento del danno subito a causa della impossibilità della prestazione derivante dall’ingiustificato rifiuto del datore di lavoro di riceverla, a condizione che il datore stesso sia stato posto in una condizione di mora accipiendi.

L’offerta della prestazione lavorativa non può però essere presunta sulla scorta di un astratto interesse del lavoratore alla continuità della retribuzione, interesse che renderebbe superflua ogni offerta di prestazione da parte del lavoratore cessato dal rapporto

 
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